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Già Don Giacomo Casanova, nel corso della visita pastorale del 28 ottobre 1733, esprimeva a Mons. Antonio Fonseca la volonta di rinnovare la chiesa di S. Marco ritenuta troppo angusta in rapporto alla popolazione della parrocchia. Spazio per ingrandire la chiesa, situata in parte sulle mura castellane, non c'era, quindi fu quasi abbligata la scelta di un'area vicino alla piazza, demolendo la piccola chiesa di S. Antonio, già peraltro fatiscente e in stato di abbandono. La costruzione della nuova chiesa iniziò nel 1767. Ne predispose il progetto l'architetto di Massaccio Mattia Capponi (1720-1803), che l'anno prima aveva fornito il disegno anche per la nuova chiesa parrocchiale di Monte Roberto. Il terreno, oltre a quello risultante dalla demolizione della chiesa di S. Antonio, fu ceduto gratuitamente dalla famiglia Berarducci, che in cambio ebbe il privilegio di un passaggio tra la chiesa e il loro palazzo (ora sede comunale) e di un coretto privato nella stessa chiesa. Il passaggio che nella sua struttura ancora rimane ed il coretto furono chiusi solo nel 1938. La chiesa fu completata nel 1787. "La facciata della chiesa, costruita prevalentemente in pietra, si avvale di modanature in laterizio che scandiscono lo spazio in lineari specchiature, delle quali la centrale inquadra il portale e il finestrone sovrapposto. All'interno la chiesa si presenta a navata unica con quattro cappelle laterali e il presbiterio leggermente sopraelevato. La superficie delle pareti è scandita da una teoria di lesene con capitello corinzio di sostegno ad una trabeazione molto pronunciata. Il fuoco prospettico della composizione è costituito da due semicolonne corinzie che inquadrano l'altare principale e conducono lo sguardo verso il catino absidale. Come di consuetudine, per il Capponi, il catino è finemente decorato a stucco, con soluzioni formali identiche a quelle concepite per altre chiese. Una decorazione particolarmente convincente e ben realizzata da maestranze che lo stesso Capponi utilizzerà in seguito per altre sue opere. La chiesa non ha subito mai sostanziali interventi restaurativi ed è giunta a noi integra, ad eccezione del portale che risulta modificato rispetto al disegno originale ritrovato, insieme ad altri, nel 1968 nel soffitto dell'ex monastero di S. Lorenzo in Cupra Montana". L'attuale pala sull'altare maggiore, raffigurante S. Marco, è un dipinto di Vincenzo Monti del 1938, offerto dalla famiglia Bellagamba in memoria di Palmira e Leto in occasione del cinquantesimo di sacerdozio del parroco Don Luigi Nisi. Gli altari laterali, a sinistra, sono dedicati al Crocifisso (in precedenza era l'altare della Cena) ed a S. Giuseppe (precedentemente dedicato a S. Tommaso); una statua del santo era ubicata nella nicchia, prima dell'attuale tela dipinta da Ernesto Bergagna (1902 - 1991) della Scuola Beato Angelico di Milano. La tela e la ristrutturazione dell'altare furono offerte da Santina Bruschetti Barcaglioni nel 1956. A destra ci sono gli altari dell'Immacolata Concezione (già del SS. Rosario) e del S. Cuore di Gesù (già di S. Antonio). Sull'altare dell'Immacolata Concezione c'è una piccola statua, la cui storia racchiude in parte la tradizione religiosa della gente di Castelbellino, una pagina da non dimenticare. Nel 1986, dopo 36 anni, la statua è ritornata a Castelbellino, da Montecarotto dove era stata portata nel 1950 per essere posta in un'edicola costruita in quell'anno in Contrada S. Fortunato, in ricordo delle missioni. Il distacco non era stato condiviso da gran parte della popolazione di Castelbellino, in quanto di fronte ad essa tanti si erano inginocchiati in preghiera nei momenti difficili, specie quelli della guerra: c'era insomma una devozione popolare sentita e vissuta. E non erano pochi quelli che alla spicciolata e senza clamore partivano da Castelbellino per andare a Montecarotto a pregare di fronte all'edicola dove c'era la "loro" Madonna. Nel 1986 fu dunque ricollocata sull'altare dell'Immacolata Concezione, così chiamato dal 1856, quando vi fu posta in ricordo del dogma mariano proclamato da Pio IX nel 1854. In precedenza sull'altare c'era la tela del Nucci, la Vergine del SS. Rosario, finita poi nella cappella del cimitero ed ora, restaurata, è conservata nel Museo Civico. La statua. in terracotta colorata, era stata donata dalla famiglia Berarducci alla vecchia chiesa parrocchiale, verosimilmente verso la metà del Settecento (la festa dell'Immacolata Concezione fu introdotta a Castelbellino nel 1738). Essa ritrae la Vergine Immacolata nell'iconografia divenuta quasi tradizionale dopo le tele dipinte dal Murillo ed altri nel secolo precedente: la Vergine ha sotto i piedi il serpente e la luna come dalla visione giovannea dell'Apocalisse (XII, 1-18). Una pagina manoscritta del pievano Don Bernardo Moncolini riporta un "miracolo", quello della sudorazione, avvenuto la sera del 7 luglio 1833. Ne furono testimoni la signora Teresa Meriggiani con altre persone. ed "essendo stata sparsa la notizia, sull'istante accorse gran quantità di gente e tutti osservavano questo sudore" che la statua "tramandava da tutta la fronte, nella gota sinistra e nel labbro superiore". Asciugata la statua, si constatò il bagnato sul fazzoletto usato. "Inoltre, per meglio testimoniare ciò, fu mandato a chiamare il Rev. Sig. Giuseppe Polidori di Monte Roberto, Vicario Foraneo, e anch'esso di nuovo asciugò la suddetta immagine con un purificatore". Il fatto avvenne anche il giorno dopo: "si videro tre gocce sotto l'occhio sinistro e furono asciugate da me infrascritto pievano, ove rimase bagnato il purificatore". In apposite nicchie, nelle pareti interne della chiesa, ci sono le statue di S. Pietro, S. Francesco, S. Paolo, S. Luigi e S. Caterina. Le statue in gesso di S. Paolo, S. Pietro e S. Luigi Gonzaga sono dello scultore jesino Antonio Scorcelletti, volute nel 1892 dal parroco Don Luigi Nisi. Della Scuola Beato Angelico di Milano sono invece le due tele, L'Immacolata e Il Battesimo di Gesù, probabilmente di Ernesto Bergagna, ma non firmate. L'organo proviene dalla chiesa di S. esuperanzio di Cingoli, dalla quale fu acquistato nel 1792. Era stato costruito nel 1768 da Domenico (1721 - 1781), Antonio, Raffaele, Bernardino (1731 - 1791) e Gaspare Fedeli, organari della Rocchetta di Camerino, commissionato loro nel 1764 dal Capitolo della neo-Collegiata di S. Esuperanzio. Nella chiesa di Castelbellino, l'organo fu collocato nella cantoria sopra l'ingresso; poi fu rimosso nel 1942 per essere posto nel presbiterio, in un vano ricavato nel sott'arco a destra dell'altare maggiore e forse in quell'occasione subì alcune riduzioni e sostituzioni di parti originali
Una piccola chiesa dedicata a San Francesco Saverio fu edificata nel 1763, la data è attestata da una iscrizione su mattone sulla facciata della chiesa, ridotta ora a magazzino (in fondo a via Matteotti). La dedicazione al santo missionario gesuita (1506-1552) si deve probabilmente al fatto che la chiesa fu edificata, rimanendo poi sua prebenda, dal canonico jesino Don Saverio Magagnini. Successivamente fu proprietà dei Marchesi Pallavicino. Il territorio circostante era chiamato Contrada San Francesco, dove nel secolo scorso, nel mese di agosto, si svolgeva una fiera che l'Amministrazione Comunale cercava di far riuscire prevedendo ricchi premi per i commercianti che vi avessero partecipato. La chiesa fu officiata anche con il nome di cappella di S. Marco fino a circa 30/40 anni fa quando fu edificata negli anni Sessanta una piccola chiesa, lungo la statale 76, a cura della parrocchia di Moje da cui allora dipendeva tutto il territorio, questa fu sostituita, a metà degli anni Ottanta, da una chiesa ricavata da ambienti che nei decenni passati avevano ospitato la fabbrica di conserve, poi di liquori (Ditta Porcarelli Enrico) e da ultimo di attrezzi agricoli (CORMA di Sandroni Olindo). Ecclesiasticamente il territorio con la nomina a parroco di Don Luigi Carrescia (11 novembre 1988) fu unito a quello della parrocchia di Castelbellino della quale fa parte integrante. Di fronte alla chiesa sorge piazza della Solidarietà, inaugurata il 29 aprile 1990 insieme al gruppo scultoreo dedicato all'operosità, alla pace e al progresso realizzato da Giuseppe Campitelli di Jesi. |